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Allontanamento
dalla famiglia: dramma o "ultima spiaggia"? (scarica
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Come insegnante da molti anni sulla breccia, mi è capitato più di una volta di trovarmi confrontata con il problema di allievi picchiati. In parecchi casi si è trattato di avvenimenti episodici o di problemi dovuti a un momento di particolare difficoltà nella famiglia, spesso risolti con una discussione franca con i genitori. Altre volte, invece, gli ematomi erano "giustificati" come conseguenze di una caduta o di un incidente; anche in queste situazioni l'intervento presso i genitori è stato, a volte, sufficiente, perché l'attenzione prestata all'accaduto dall'insegnante ha funzionato da deterrente. In molti altri casi, però, era il comportamento di un allievo, più che i segni rilevabili sul suo corpo, che faceva pensare che fosse maltrattato, ma sovente il sospetto non ha trovato il conforto di possibili prove o, tanto meno, di conferme. Ricordo un caso, di parecchi anni fa, di una ragazzina apparentemente molto comunicativa ed estroversa, ma che, pur chiacchierando in continuazione, raramente parlava di sé o dei suoi sentimenti e, quando lo faceva, spesso si contraddiceva. Passava da momenti di euforia a momenti di tristezza infinita; da espressioni di affetto smodato per il padre a manifestazioni di paura senza fine nei suoi confronti, che sfociavano in un pianto ininterrotto; anche il suo atteggiamento verso la madre e le sorelle era molto discontinuo. Questi suoi modi di fare mi hanno fatto nascere il sospetto che il padre abusasse sessualmente della figlia. La doccia era un'occasione per verificare la presenza di segni sul corpo: non ho mai visto altro che un ginocchio sbucciato e uno stinco graffiato. Anche dopo parecchi colloqui con la bambina e altri con i genitori -a volte insieme, altre separatamente- tutto ciò che ho potuto appurare era l'esistenza di problemi familiari: difficoltà di rapporto fra i genitori, problemi finanziari, madre lavoratrice e padre non attivo professionalmente che, perciò, avrebbe dovuto occuparsi dei tre figli Secondo i genitori, la causa del comportamento della figlia erano i problemi familiari. Sono ormai passati parecchi anni, eppure il mio sospetto non si è sopito. Ancora oggi mi rimprovero di non aver saputo/potuto intervenire in quella situazione. Ora però -forse anche a causa delle notizie riportate dalla cronaca, che in questi ultimi anni si è sovente occupata dei problemi legati alla pedofilia e, di conseguenza, dell'infanzia maltrattata- si può verificare una maggiore sensibilità al problema. Gli insegnanti di scuola elementare -ma chissà perché solo i docenti di quel settore? forse che il fenomeno non si verifica già con i bambini molto piccoli e non si riproduce anche per gli adolescenti?- stanno frequentando dei corsi di sensibilizzazione. Nel frattempo l'ente pubblico si è dotato di uno strumento che dovrebbe permettere un migliore intervento: si tratta delle quattro UIR (unità di intervento regionale) dislocate sul territorio, che dovrebbero permettere una presa a carico di tutte le situazioni problematiche. Anche la riorganizzazione delle Delegazioni tutorie dovrebbe permettere una più facile segnalazione dei casi in cui vi siano fondati sospetti. Come insegnante lo spero, in quanto in situazioni come quella esposta la nostra incapacità di appurare la verità e l'impossibilità di intervenire, lasciano l'amaro in bocca e un gran peso sullo stomaco.
Ormai è unanimemente riconosciuto: la violenza e l'abuso ha generalmente origine nell'ambiente familiare e, purtroppo, si tratta quasi sempre di un genitore. Per il bambino si tratta perciò di un dramma nel dramma: non solo deve subire i maltrattamenti, ma si vede mancare quell'appoggio, quell'affetto che a ogni bimbo dovrebbe essere dovuto. Come è possibile che un ragazzo possa crescere vivendo simili situazioni? Come può sviluppare un equilibrio psico-fisico in un ambiente così poco favorevole? Quali modelli ha da imitare? Non si deve inoltre dimenticare che molto spesso l'altro genitore è complice o, quando non lo è, fa di tutto per ignorare o non sa leggere i segnali che il figlio o la figlia gli invia. Come intervenire per cercare di permettere uno sviluppo armonioso al giovane? Pur sapendo che per ogni personalità in costruzione sono importanti l'appoggio, la guida e l'affetto dei genitori, ritengo che in certe situazioni sia preferibile un allontanamento del bambino dalla famiglia. Questo allontanamento dovrebbe avere, nel limite del possibile, un carattere di provvisorietà, ma il rientro a casa dovrebbe avvenire solo a certe condizioni: se i genitori continuano a convivere sotto lo stesso tetto, dovrebbe essere garantito l'appoggio del coniuge non abusante. Inoltre il genitore colpevole della violenza dovrebbe fornire garanzie di non ricaduta. Ciò implica che esso sia stato curato o sia disponibile ad essere preso a carico da un servizio psico-sociale. So che l'affermazione precedente potrà essere giudicata estremamente drastica, ma ritengo che, in caso contrario, cioè qualora non ne fosse garantita l'immunità psico-fisica, sia meglio che il bambino o la bambina sia tenuto lontano. A questo proposito voglio ricordare una storia avvenuta molti anni fa, che non conosco in tutti i suoi particolari in quanto non si trattava di un mio allievo. Ad anno scolastico iniziato, in una classe della nostra scuola è stato inserito un bambino che proveniva da un'altra sede. Il trasferimento era stato provocato dal comportamento dell'allievo -aggressivo e particolarmente indisciplinato-, che aveva comportato un degrado nei rapporti fra il bambino e i suoi compagni di classe, nonché dei rapporti fra la maestra e la madre. In poco tempo il "nuovo" docente si è reso conto che il comportamento dell'allievo era una conseguenza dei problemi familiari. In seguito ha saputo che in famiglia il bambino era oggetto di percosse e di castighi insensati: docce di acqua fredda, notti passate chiuso in cantina Un giorno la madre ha esagerato e il ragazzo ha dovuto essere ricoverato in ospedale a causa delle percosse ricevute. La madre è stata fermata ed ha passato qualche giorno in gattabuia, poi è tornata a casa. Il bambino è stato ospite per qualche settimana di una famiglia affidataria. Non so come sia stata seguita la famiglia nelle settimane seguenti il rilascio della madre, né quali servizi siano intervenuti. So però che quel bambino ha dovuto continuare a crescere in quella famiglia, dove non era accettato, dov'era reputato la causa di tutti i problemi, dove nessuno gli voleva bene So anche che ha continuato ad essere definito un ragazzo "problematico". So anche che, poco dopo i vent'anni, si è tolto la vita in un modo cruento. E allora non sarebbe stato meglio allontanarlo dalla famiglia fino a che la madre non fosse stata curata? E se la madre non avesse voluto essere curata: non sarebbe stato meglio se il ragazzo fosse cresciuto altrove? Probabilmente è il ricordo di questo ragazzo, coetaneo di mio figlio, che mi ha spinto ad interessarmi dell'associazione Demetra. Quando ho saputo che, oltre al Centro di pronto intervento per i minori che si occupa della presa a carico dei bambini, intervengono psicoterapeuti esterni che si occupano della cura della famiglia, evitando così che la situazione precedente si riproduca al momento del rientro a casa, ho deciso di collaborare, nel limite delle mie possibilità, con l'Associazione. Sono anche convinta che tutti gli insegnanti sensibili, se ripensano agli anni trascorsi nella scuola, possono trovare nella memoria situazioni simili a quelle descritte e che, quindi, dovrebbero condividere gli obiettivi dell'associazione Demetra. Vorrei concludere con l'affermazione di una mia collega: "Un bambino, anche se maltrattato, non può fare a meno di amare i propri genitori. Non li può tradire: ha solo quelli! Ma non si può aspettare che la situazione degeneri. Bisogna allontanare il bambino e curare la famiglia, affinché il bambino possa riavere un padre e una madre che si occupino di lui."
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