Graziano Martignoni

 

Di polizia e bambini maltrattati (scarica la versione pdf)
psichiatra psicoterapeuta

1.

Non so se oggi la vita sia più violenta di un tempo, non so se si uccida più facilmente e nemmeno se dalle storie di ordinaria violenza dentro e fuori la famiglia, violenze spesso quasi per nulla, si possa trarre una riflessione generale. Le spiegazioni sociologiche o psicologiche troppo generali da divenire generiche non aiutano veramente ad interrogarsi, anche se di fronte ad accadimenti come questi si rimane sovente senza parole. Si possono certamente evocare le abissali vicissitudini della psiche degli attori di quei teatri di crudeltà domestica, il suo contesto di vita, la loro realtà sociale ed economica, i valori perduti di una società alla deriva e altro ancora. Riflessioni che certamente contengono tutte un frammento di verità, necessarie senza essere sufficienti di fronte alla loro apparente insensatezza.

Eventi che sembrano appartenere non immediatamente alla psicopatologia quanto all'ordine della follia. Una follia che si cela paradossalmente anche dentro i sentimenti più apparentemente amorevoli come quelli tra genitori e figli tra marito e moglie, tra innamorati e che non si esaurisce in una malattia ma è in questo caso un essere abitati, a volte persino consensualmente, dalle forze tenebrose della dismisura, dell'idolatria di se stessi, della violenza cieca e senza senso, in una parola, non troppo di moda in questo tempo che cerca spiegazioni razionali a tutto, dal Male.

La domanda è allora non tanto se oggi si uccide di più nelle nostre città e se la violenza è cresciuta, ma cosa è cambiato nelle forme e nelle ragioni di quella violenza. Qui l'impressione è netta. Si uccide, si muore e si pratica violenza sempre più per un apparente nulla, come se la posta in gioco fosse quella di una sopravvivenza più profonda e radicale, che la violenza sull'altro dovrebbe garantire, almeno per un momento. E allora perché le "terre d'ombra" (che albergano in ognuno di noi) da sempre tenuti a bada, perché da sempre l'uomo sapeva della loro esistenza e della loro pericolosità, sono rimasti così senza tutela e i loro "demoni di follia" dilagano oramai senza controllo? Che cosa ci abbandona così impotenti e nudi di fronte alla loro presenza? Che cosa è mutato nel "giudice" che portiamo dentro di noi o nel principio di autorità, che la società espelle come un residuo di un passato oscurantista e che tende a trattare sempre più in molti campi il limite tra lecito e illecito come una variabile della psicologia individuale?

Queste alcune delle questioni che molti drammi famigliari oggi ripropongono con forza.


2.

Quando il sangue attraversa una famiglia vi è qualcosa dell'assolutamente estraneo e nello stesso tempo del pericolosamente vicino che si rivela. Qualcosa che parla di una antichità che abbiamo tenuto a bada nell'oblio, una sorta di famiglia invisibile che prende il sopravvento.

Ma come è dunque possibile questo tracimamento di una violenza che si riteneva consegnata per sempre alla follia o alle figure degli incubi della notte?

Al di là del necessario silenzio verso il senso tragico e singolare di queste accadimenti qualcosa di un ordine più generale ci inquieta. La violenza che attraversa la famiglia contemporanea (dalla violenza sui minori, alla sua stessa incredibile precarietà di durata, ai fatti di sangue più gravi, ecc.) sembra essere il segno di rottura di un vincolo e di un equilibrio tra mondo affettivo e istintuale individuale, che in essa trovava il suo teatro e il contenitore sociale e culturale oramai fortemente depotenziato.

L'ipotesi di lavoro di questa breve riflessione è apparentemente semplice.

Nella costituzione sempre più complessa di quella entità affettiva, sociale e culturale che chiamiamo famiglia, almeno come ci è data a vedere nel corso della storia dell'uomo di Occidente (ma non solo), tre assi sembrano concorrere a determinarne "da sempre" la esistenza e il suo funzionamento. Un asse che definiremo "visibile", storicamente determinato, articolato in leggi di parentela e di vincoli sociali manifesti, un secondo asse determinato dall' "invisibilità" e dal nascondimento, come luogo del teatro psichico individuale, gruppale e transgenerazionale, come struttura immaginaria latente, in cui vengono a costituirsi i processi di interiorizzazione transgenerazionale e le dinamiche profonde che rimandano in ognuno dei partner alla propria famiglia originaria e alle vicissitudine transferali e identificatorie che vi si sono costituite e infine un terzo come apparato culturale e ideale esteriore, che la pone dentro il piano simbolico e la significa nell'ordine del riconoscimento, della legittimazione e della tradizione collettiva.

Una tridimensionalità che si articola come una sorta di gioco ad incastro, in cui le parti a volte si sovrappongono e si confondono e come un complesso sistema di vasi comunicanti in cui la debolezza o il depotenziamento dell'uno viene facilmente occupato dalla invadenza dell'altro. Una triangolazione dinamica dunque di questo organismo vivente divenuto in questa tarda-modernità fragile e precario e in cui due poli quello visibile e quello culturale, sembrano impoverirsi, frammentarsi, diminuire la loro efficacia simbolica collettiva, la forza "collante" ideale e la loro funzione di "telos" della comunità. In questo scollamento, in questa disarticolazione la famiglia contemporanea si vede spesso sola ad affrontare le istanze, le voci sconosciute e le onde pericolose e incontrollate dell'universo invisibile e insieme le grandi e antiche domande, che la percorrono.

La famiglia invisibile grida e troppo spesso oramai non trova più il traduttore e il messaggero per il suo "messaggio", e allora non può che implodere o esplodere come "sintomo" di malattia e di disagio o divenire artificio e impostura.

Che cosa significa per la famiglia allora l'obsolescenza o la dispersione della sua funzione visibile e del suo contenitore culturale?

Che cosa vuol dire essere individualmente soli di fronte al suo segreto, alla violenza (e dunque non solo all'amore o ai "buoni sentimenti") che contiene, al mondo del suo "tabù", che un mondo secolarizzato sembra banalizzare?

E ancora quali i sintomi di questa privatizzazione della famiglia, di questa sua solitudine (non solo reale-sociologica) soprattutto esistenziale di fronte agli enigmi e alla tragedia di cui lei da sempre è testimone?

Un testimone che non sa più costruire racconti e che sempre più vede la caduta drammatica nel reale dei suoi fantasmi divenuti a volte solo "passaggi all'atto" violenti?


3.

Ma allora di che cosa è fatta la "famiglia invisibile" che sembra prendere oggi il sopravvento sulla scena della vita quotidiana? Una domanda non solo teorica, quando sembra proprio essere nell'insostenibilità e nell'incertezza del sistema culturale e simbolico, incapace oramai di fare da contenitore al sistema immaginario, come se il sistema immaginario si ritrovasse da solo con i suoi fantasmi, le sue trame di distruzione e di passione che paradossalmente legano la vicenda di Edipo e di Oreste alla vicenda quotidiana di molti, che oggi tante famiglie moderne si prestano a vivere l'esperienza della loro unione, conflitto e separazione. Un immaginario lasciato dunque solo, una "famiglia invisibile" con le sue scene, il suo teatro lasciato senza controllo diviene allora fonte di ingovernabile angoscia, di confusione e di solitudine, che dà il senso tragico di un esilio senza speranza.

La difficoltà sembra divenire sempre più quella di trovare quel punto di equilibrio, quella oscillazione di armonia dinamica necessaria tra i tre elementi del sistema (reale, culturale-simbolico, immaginario), che permetta alla famiglia di essere per gli individui luogo della costanza, della "permanenza" e nello stesso tempo sfondo da cui praticare ogni possibile trasformazione. Un equilibrio oramai introvabile?

È quindi chiaro, a mio modo di vedere, che la linea di tendenza alla progressiva privatizzazione del nucleo familiare è l'orizzonte antropologico e sociologico insieme, che abbandona il nucleo familiare a un confronto senza più mediazioni tra la sovrastruttura organizzativa disseminata e oggi variamente polimorfa (il riferimento è alle molte famiglie oggi possibili e socialmente legittimate) e una infrastruttura inconscia divenuta esageratamente invasiva. Un confronto scontro possibile proprio dalla messa tra parentesi e dall'indebolimento di quel "sistema culturale"; che potrebbe fare da legame, da "intermediario" e da contenimento individuale e sociale alle polarità conflittuali e distruttive, spesso troppo appassionate tra il visibile e l'invisibile...

Non viene da tutto ciò l'urgenza di ripensare il territorio e il codice di questa "intermediarietà" antropologica? Una "intermediarietà" che era luogo della mediazione culturale e della "comunità" solidale, luogo di un ethos collettivo e che oggi sempre più si vede ridotta a strategia psicologistica, a delega di fronte ad una comunità espropriata. Una espropriazione che impoverisce a sua volta la stessa vitalità creativa della "famiglia invisibile" rendendola sterile o distruttiva ai suoi membri. Ciò fa venire alla mente quanto Anzieu scriveva sul modo in cui gli eschimesi trattavano i loro sogni nel corso della lunga notte boreale, dove "l'nsieme dei sogni di una notte in uno stesso igloo è considerato come un solo discorso tenuto dalla collettività attraverso ciascuno dei suoi membri".


4.

Non è infatti più possibile disegnare una sorta di geografia tra un "dentro" e un "fuori" della famiglia. Viviamo sempre più in una realtà fatta di famiglie aperte a volte persino invase dal mondo. Paradossalmente però questa apertura della famiglia al mondo e questa presenza massiccia del mondo dentro la famiglia, che dovrebbe in sé comportare per gli individui maggiore fiducia nell'uomo, mostra al contrario i segni di una progressiva perdita di "confidenza e di sicurezza nei confronti del prossimo". Fuori casa l'altro da sconosciuto diviene facilmente minaccioso, mentre dentro casa anche molti comportamenti affettuosi sono travolti dal sospetto e in caso di separazione dei genitori persino usate strumentalmente l'uno contro l'altro. Se sono pericolose le aree lontane del mondo, se la "strada sotto casa" mostra i segnali di una progressiva insicurezza sociale che stanno moltiplicandosi, potrebbe rimanere la famiglia, che sul piano affettivo è certamente in questi anni riinvestita, soprattutto dai giovani che fanno sempre più fatica a staccarsene, della sua funzione di protezione e di sicurezza emozionale. Ma anche la famiglia, soprattutto nei rapporti generazionali tra genitori e figli, si vive sempre più in bilico. I segni di questa condizione "in bilico" sono oramai innumerevoli anche se spesso ancora frammentari. Pensiamo ad esempio alla situazione della violenza verso i bambini spesso con risvolti sessuali. Scopriamo che anche nelle nostre comunità vi è stato in questi anni un aumento importante di denunce ( comunque sempre da valutare con prudenza e con sguardo psicologico e sociale prima che penale) e di situazioni drammatiche che hanno fatto capo ai Servizi sociali, alla Magistratura minorile o alle Unità di intervento appena istituite in favore delle vittime. Perché tutto ciò proprio nell' "orto di casa"?

La tentazione è spesso quella di rinchiudere quegli accadimenti in una sorta di drammaturgia individuale e non vederli come sintomi del malessere sociale e culturale. Individuo e società si intrecciano infatti di fronte a queste forme di violenza, potenziandosi a vicenda. Le ragioni di questo aumento però ci interrogano da vicino.

È solamente l'effetto di una maggiore possibilità di parlarne, spezzando più facilmente i "patti segreti" che spesso regolano la famiglia? Oppure questo apparente aumento contiene qualcosa che lo avvicina, pur nelle profonde diversità, alla crescente insicurezza e violenza nelle "strade" del mondo?

Se potessi osare una risposta (da prendere ovviamente, caro lettore, con tutte le cautele) direi che entrambi i fenomeni sono l'espressione della miseria . Una miseria economica e culturale e nello stesso tempo una miseria spirituale, che è cancellazione della tensione (fatta di ideali ma anche di vincoli) verso l' "andare oltre" lo steccato del giardino dei propri interessi privati. La miseria sboccia come un fiore maligno là dove la cultura deperisce. La miseria non è la povertà, che può essere, come sanno bene le generazioni che ci hanno preceduto, ricchissima di valori e di tensioni ideali. Essa sta nella perdita sostanziale del senso profondo delle cose. Così sulle "strade del mondo" l'aggressività normale dell'uomo può divenire violenza senza senso oppure cinismo, così persino l'amore parentale nella famiglia può divenire possesso violento o manipolazione dei sentimenti, ecc. Non so dunque se oggi è più pericoloso stare in casa o sulla strada, quello che è certo è che il tessuto connettivo e comunicativo nella famiglia e nella società sta divenendo più fragile e dunque più facile è spezzarlo.


5.

Ciò che sta avvenendo è una sorta di metamorfosi dell'aggressività individuale e sociale e dei suoi esiti di violenza nella dimensione del "banale". Un tema di cui è relativamente facile fare la diagnosi mentre è difficilissimo trovare la terapia. La vita collettiva, è bene ricordarlo, per allontanare ogni tentazione all'angelismo nei rapporti umani, non ha mai potuto fare a meno del conflitto e dunque della aggressività, che appartiene alla stessa sostanza di cui è fatto l'uomo, ma si è da sempre fondata sulla sua regolazione.

La questione non sta allora nella bontà o nella malvagità della aggressività, quanto nella qualità della sua regolazione sociale. Una regolazione che di volta in volta secondo le epoche è stata religiosa, politica, giuridica o psicologica. Che cosa ne è oggi di questa regolazione perduta? Forse di tutto ciò è rimasto solo il miraggio di una auto-regolazione individual-psicologica?

In questo paesaggio emozionale infatti sempre più gli individui sono lasciati soli con la loro aggressività, al massimo si dice loro, conosci te stesso che ti controllerai meglio! Una scorciatoia in nome del primato dell'autonomia dell'individuo. È bene forse ripeterlo, la violenza tra le mura di casa, come quella nelle strade, non ha a che fare solo con l'emarginazione sociale, la malattia individuale o quella famigliare ma è indizio tra altri di un "mal-essere" collettivo più generale rispetto al nostro modo di vivere e ai valori che lo guidano. Una malattia della "normalità". Vi è qui un paradosso che ci aiuta a capire. Quello del mito di una società che da una parte si immagina senza conflitti, perché democraticamente matura, e che ha fatto proprio della aggressività uno dei suoi principali tabù, mentre dall'altra funziona con uno stile di vita e di lavoro quotidiano selettivo, competitivo e predatorio. Dentro questa ambiguità la violenza, quando esplode, può facilmente divenire cieca, frammentata e senza senso. Quasi si fosse sganciata da ogni esigenza e obiettivo se non quello di esaurirsi in se stessa. Una mutazione profonda dunque di cui qualche sintomo è giunto sino alle nostre contrade e che si fonda su alcune cause non contingenti ma strutturali del nostro vivere collettivo. Quella che sta, a mio modo di vedere, nello spostamento nell'esperienza soggettiva quotidiana dal vissuto alla preminenza del visivo. Come se oggi partecipassimo meno all'esperienza del mondo e nello stesso tempo fossimo imprigionati in un ruolo di immobili spettatori, che tutto vedono ma nulla possono fare nel frenetico flusso di immagini e di informazioni inutili.

Uno scenario che contiene il declino dell' "uomo che partecipa" (anche se c'è molta retorica attorno a ciò) sostituito oramai dall' "uomo che guarda". Si realizza dunque una prevalenza della dimensione visiva rispetto a quella del polo motorio e del gesto sempre più impedito. Il dominio del visivo sembra così non riuscire a neutralizzare a sufficienza gli impulsi eccitatori che la tensione emotiva accumula e che allora può divenire esplosione violenta e gestuale (...).

A tutto ciò può essere aggiunto un terzo elemento, che chiamerei quello della "sindrome da videoregistratore", secondo cui ciò che avviene non è mai irreparabile perché sempre replicabile infinite volte, come il videoregistratore ci ha insegnato, e dunque mai legato veramente alla colpa e alla responsabilità. Così, come se nulla avvenisse veramente, si possono "tirare i sassi dai ponti delle autostrade" tanto per divertirsi ed eccitarsi senza "cattive" intenzioni. Una violenza divenuta banale! Non è forse di questa sorta di "malattia" del legame tra individuo e collettivo che questi fenomeni estremi e drammatici di violenza testimoniano?

Nello smarrimento di questo legame l'aggressività come pulsione vitale rimane slegata e sola di fronte alla dimensione della colpa, della espiazione o della sua autolegittimazione individualistica e così diviene facile terreno impazzito di una violenza oramai senza nome. Nel deserto simbolico in cui viviamo e in cui a nessuna cosa osiamo più dare un significato che vada al di là da ciò che materialmente vediamo, tocchiamo, utilizziamo e in cui si vede risorgere qua e là quella "famiglia invisibile" violenta e incontrollabile di cui parlavo, la violenza qualsiasi lungo una strada qualsiasi o dentro casa non è che il sintomo di una "malattia" che ci riguarda tutti e non solo i "cattivi genitori ", i "cattivi padri" o le "cattive madri".

Si comprende bene come i giovani senza futuro e parcheggiati in adolescenze interminabili o i genitori che hanno smarrito persino il senso della loro presenza nella famiglia possano divenire gli attori e le vittime più esposte di queste mutazioni. Si comprende bene come per un attimo di eccitazione, di ebbrezza, di partecipazione diretta alle emozioni della vita, in cui poter dire lo esisto/noi esistiamo, si possa fare della violenza cieca sul prossimo il "farmaco-miracolo" di tutta una esistenza condannata alla noia e all'indifferenza dello spettatore passivo. La violenza come ultimo modo di sostenere una identità individuale e di gruppo, che un attimo dopo è già vaporizzata (...).