Bruno D'Ottavio

 

Tre domande per Demetra (scarica la versione pdf)
operatore sociale

Durante le fasi di studio, elaborazione e divulgazione del progetto di Centro di pronta accoglienza per minori vittime di gravi violenze intrafamiliari sono state rivolte all'Associazione, in tempi e luoghi differenti, da persone ed intenzionalità diverse, domande che ancora oggi a distanza di tanto tempo paiono occupare e a volte preoccupare la coscienza di più d'uno. Mi pare quindi importante approfittare dell'occasione per cercare di elaborare ancora una volta una risposta ad alcune di queste domande.

Tra le tante rivolteci sono tre le domande che ho scelto per sviluppare il mio intervento.


Perché creare una struttura del genere in Ticino?

Il fenomeno dei maltrattamenti e in particolare della forma di maltrattamento conosciuta come abuso sessuale (incesto) è un fenomeno divenuto di estrema gravità anche per la sua sempre più preoccupante diffusione e frequenza. Si è parlato per anni di una punta d'iceberg, di un fenomeno in lenta emersione, che interessa e coinvolge senza distinzioni ogni ceto sociale, economico o culturale. La parte sommersa del fenomeno è divenuta oggetto di studio da parte di esperti delle discipline psicologiche e sociali, motivo di numerose inchieste e denunce da parte dei mass media, finendo per interessare anche i politici e quindi le istituzioni e gli operatori sociali. Sono state condotte ricerche in gran numero e prodotti molti dati che illustrano con sufficiente chiarezza le reali dimensioni assunte oggi da questo fenomeno.

Scorriamo alcuni di questi dati, quelli che più di altri ci riguardano da vicino.
Gli Autori del Rapporto federale "Maltrattamenti verso i bambini in Svizzera" (1992) riportano i dati canadesi della ricerca Badgley (1984) in cui si riscontra che 2 donne su 5 e un uomo su 4 hanno subito abusi sessuali durante l'infanzia. In Svizzera, il medesimo rapporto, parla di una donna su 4 e un uomo su 7. La ricerca condotta in Ticino dal pediatra dr. Amilcare Tonella (1994) indicava che su 114 donne frequentanti il suo studio 15 avevano subito degli abusi sessuali durante l'infanzia. La Magistratura ticinese ha ricevuto, nel 1994 e nel 1995, rispettivamente 49 e 44 denunce per abusi sessuali e 25 e 17 denunce per violenze fisiche subiti da minorenni.

L'ufficio Autorità di vigilanza sulle tutele e curatele registrava, alla fine del 1995, 29 casi di privazione dell'autorità parentale e 141 casi di privazione della custodia parentale. Evidentemente questi ultimi dati non ci dicono molto.

Non sappiamo infatti per quali motivi fossero state prese dall'Autorità civile misure così gravi o per lo meno non disponiamo al momento di dati sistematizzati che ce li possano indicare. A mio avviso è comunque possibile "avvicinare" (evitando quindi di porli in un'improbabile relazione diretta di causa-effetto) tali dati a quelli contenuti in un rapporto, commissionato nel 1994 dagli Istituti Sociali ticinesi, dal quale risulta che il 18% dei minori collocati allora in istituto aveva subito violenze intrafamiliari (maltrattamento fisico, psichico, sessuale).

Le conseguenze, nella forma di sofferenza morale, di problemi psicologici e di costi materiali che le vittime di violenza devono sopportare, sono notoriamente enormi e possono ripercuotersi nel tempo con effetti gravissimi che coinvolgono anche più generazioni e sistemi familiari. L'aiuto e le cure che offriamo a queste persone possono ridurre in modo significativo tali effetti.

Sono diversi gli studi che indicano con chiarezza la relazione esistente tra violenza subita e devianza. In particolare emerge una significativa correlazione tra abusi sessuali e tossicodipendenze (droghe, alcool, psicofarmaci) e un'impressionante relazione tra abusi sessuali subiti nell'infanzia e prostituzione. Secondo J. Renvoize (Rapporto sull'incesto, 1982), le inchieste svolte finora indicano che da 1/3 a una metà delle prostitute hanno subito abusi sessuali nella loro infanzia.

Lo sviluppo e l'evoluzione di discipline legate all'area delle scienze umane hanno determinato notevoli mutamenti nel modo d'interpretare i fenomeni di natura sociale e psicologica e nel modo di attuare l'intervento a favore degli individui socialmente più vulnerabili e bisognosi.

Le nuove conoscenze acquisite, lo sviluppo di una diversa consapevolezza e di una maggiore sensibilità nei confronti dei problemi di tali persone ha prodotto, quale conseguenza, la sostituzione graduale dei grandi contenitori, in cui si concentrava fino a non molto tempo fa l'eterogenea sofferenza del genere umano, con piccole, familiari e più funzionali strutture di accoglienza. Riprendendo e parafrasando un'idea della "teoria delle dimensioni", la "perfezione" parrebbe essere ancora una volta caratteristica più delle piccole cose che di quelle grandi.

Il Centro Demetra, la cui idea è effetto di questa tendenza sostitutiva, si configura, nel progetto elaborato, come una struttura eminentemente terapeutica, discosta in maniera significativa , per natura, scopi e mezzi, dalle strutture attualmente presenti in Ticino. È una piccola struttura retta da un'équipe qualificata, organizzata in modo da poter rispondere in maniera agile e flessibile alle sollecitazioni notoriamente prodotte dai cosiddetti collocamenti in "emergenza" di bambini e bambine traumatizzati. L'idea che lo ha prodotto ubbidisce al moderno principio, della concentrazione del sapere, delle competenze e delle esperienze, indispensabile quando si vogliano sviluppare progetti efficaci.

Il Centro Demetra, è bene dirlo, si inserisce comunque come elemento e risorsa di un più generale processo d'intervento in favore di bambini vittime di maltrattamento e/o abuso sessuale che vede coinvolti, e non potrebbe essere altrimenti, altri importanti attori della scena quali la scuola, le delegazioni tutorie, i servizi e gli istituti sociali, le autorità penali e civili, le Unità d'intervento regionali (UIR), ecc., con i quali il Centro instaurerà uno stretto rapporto di collaborazione.

Si assiste, in vari altri Cantoni svizzeri, al sorgere di strutture specializzate di pronta accoglienza per minori maltrattati. Cantoni come Zurigo, Berna e Vaud ne sono già dotati.

È una tendenza in atto anche in altri paesi europei e del nord America, risultato di un percorso soprattutto di tipo culturale che ha portato e porta opinioni pubbliche e autorità politiche a prendere coscienza del problema dei maltrattamenti all'infanzia e delle sue implicazioni e a riconoscere quindi l'importanza e l'urgenza di un intervento concreto e qualificato a sostegno delle vittime. Vale la pena aggiungere che in alcuni paesi gli interventi di aiuto comprendono, oltre alla vittima, anche la famiglia (i cui fragili equilibri solitamente saltano nel momento in cui la vittima svela il "terribile segreto") e l'autore delle violenze.

Il Centro risponde concretamente ad un bisogno -urgente nei casi che stiamo trattando e che ricordo, per mia pedanteria, riferirsi a situazioni di gravi maltrattamenti subiti da bambini/e all'interno del proprio nucleo familiare- che è anche un obbligo, una necessità e una condizione "sine qua non", ossia l'immediata protezione del minore vittima di violenza, dalla quale nessuna intenzionalità terapeutica, giuridica, amministrativa o che altro, può prescindere.


Non rappresenta un'ulteriore violenza "strappare" questi bambini alle loro famiglie?

"La reazione d'incredulità che segue il maltrattamento ed il rifiuto a mettere in crisi l'idealizzazione del rapporto genitore-figlio sono così radicati nella sensibilità collettiva che il togliere il bambino alla famiglia suscita spesso una ripulsa simile, se non maggiore, dello stesso maltrattamento che gli è stato inflitto." È quanto scrivono nel loro libro, "L'assistente sociale ruba i bambini?", Cirillo e Cipolloni consci delle implicazioni di carattere psicologico e culturale coinvolte dall'atto di allontanare un bambino/a dalla propria famiglia.

Il Codice Civile Svizzero, con l'art. 310 (privazione della custodia parentale), prevede che un bambino, qualora in pericolo, possa essere allontanato dalla propria famiglia e collocato presso un'altra famiglia o presso una struttura di accoglienza. Questo è quanto dice la nostra legge e sulla base di questa legge si procede (vedi i dati ticinesi precedentemente menzionati), quando è il caso, ad allontanare bambini vittime di grave trascuratezza e/o maltrattamenti dal loro nucleo familiare.

Scrive Teresa Bertotti del CBM di Milano: "Il primo scopo che l'allontanamento si propone di raggiungere è l'immediata interruzione della possibilità fisica che si riverifichi l'abuso. Oltre a costituire una protezione dal rischio di maltrattamenti fisici, l'allontanamento assume anche l'aspetto di "protezione psicologica": la bambina/il bambino viene messa/o al riparo, per lo meno temporaneamente, dalle violente reazioni che si scatenano all'interno della famiglia al momento dello svelamento dell'incesto. Occorre impedire che la bambina venga sottoposta a pressioni o rappresaglie da parte di chi ha interesse a mantenere il segreto. Ciò aggiungerebbe sofferenza a sofferenza e potrebbe indurre la bambina a ritrattare quanto ha denunciato ripiombandola in una situazione insostenibile. Sappiamo, del resto, che si tratta di evenienze tutt'altro che infrequenti." (Segreti di famiglia, 1990)

Elena Fontana, sempre del CBM, scrive ancora: "L'intervento per tutelare il bambino che si trova in una situazione di rischio all'interno della propria famiglia segue due strade che devono unirsi: la protezione immediata e il progetto futuro. Un centro specialistico che offra l'opportunità di una comunità di pronta accoglienza è utile per permettere agli operatori di costruire un progetto mirato, non dovendo scegliere immediatamente quali saranno le modalità di vita del minore prima di aver diagnosticato le risorse della famiglia d'origine. Nel momento dell'allontanamento da casa, al bambino non serve un posto qualsiasi. Collocarlo immediatamente in una famiglia affidataria costituirebbe un errore in quanto tale atto trasmetterebbe implicitamente il messaggio di una famiglia che si sostituisce a quella originaria, giudicata a priori inadeguata. L'accoglimento automatico del bambino in un istituto comporta il rischio che, trascorsi i momenti dell'emergenza, divenga difficile uscire dall'immobilismo di una collocazione che tende a diventare permanente. In sintesi siamo convinti che non si può decidere nella direzione di un intervento qualificato quando la valutazione di tutti gli elementi in gioco non è ancora stata effettuata. Una comunità di pronta accoglienza si dimostra efficace per proteggere provvisoriamente il minore, dando agli operatori il tempo necessario per formulare un progetto sul suo futuro, sulla base delle informazioni che si raccoglieranno nel corso del lavoro sociale e psicologico." (La tutela del minore - Protezione dei minori e funzione genitoriale, 1996).

In Ticino le Delegazioni Tutorie allontanano ogni anno diversi bambini e bambine dal proprio nucleo familiare, per motivi che vanno dall'incapacità educativa dei genitori, alla trascuratezza fino ai più gravi casi di maltrattamento e/o abusi sessuali. Con tali provvedimenti esse si fanno interpreti delle preoccupazioni della società civile e del legislatore che vogliono siano riconosciuti e tutelati i diritti di ogni cittadino, bambino compreso.

Quindi il diritto di un bambino a ricevere una corretta educazione, ad essere accudito e protetto non può essere subordinato ad alcuna prerogativa dei genitori. Togliere un bambino o una bambina alla propria famiglia quando questa non è in grado d'intrattenere al suo interno rapporti che non siano mediati dal sistematico utilizzo della violenza, delle umiliazioni, dalla profanazione del corpo, non significa, a mio modo di vedere, aggiungere sofferenza a sofferenze ma bensì togliere il peso di una condizione insostenibile da mani troppo deboli per respingerla e da spalle troppo piccole per sostenerla.


Tanto più per i tempi di difficoltà economica che anche lo Stato sta attraversando, non viene a costare troppo un simile progetto?

Il progetto inizialmente presentato alle autorità politiche prevedeva la creazione di un foyer gestito autonomamente dall'Associazione Demetra. I costi preventivati rientravano nella media (ca. 7/800.000.- franchi all'anno) dei costi determinati da strutture equiparabili in quanto numero di ospiti accolti e personale educativo operante. Per vari motivi, tra i quali quello di ridurre i costi di gestione, il Dipartimento delle opere sociali decise però d'inserire il Centro presso la Casa S. Felice di Rovio. L'Associazione Demetra si disse comunque disponibile ad assumersi l'onere finanziario derivante dall'attuazione di alcuni punti del progetto, i più innovativi e qualificanti, normalmente non coperti dall'ente sussidiante. Ed è ciò che stiamo facendo. Ecco alcuni esempi concreti: la delicata fase di avvio del Centro avverrà grazie anche all'apporto di un'educatrice stipendiata, durante i primi mesi, dall'Associazione Demetra; su richiesta dell'ente sussidiante, il 50% delle spese derivanti dall'arredo del Centro sarà assunto da noi; la supervisione, garantita da un'esperta del Centro del Bambino Maltrattato di Milano, sarà pure in parte coperta a nostre spese. Insomma ce la stiamo mettendo tutta per fare la nostra parte e pesare quindi il meno possibile sulle finanze del Cantone. Questo è possibile evidentemente grazie anche alla generosità di coloro, e non sono pochi, che credono alla bontà del nostro progetto e lo appoggiano concretamente. Pensare di affrontare a buon mercato (spendere poco o niente e riciclare quel che c'è) un compito come quello dell'aiuto ai bambini vittime di violenza è a mio giudizio una pura illusione; non considerare i costi a lungo termine generati da una mancata tempestiva e corretta presa a carico, indice di grave miopia.

In Ticino, fortunatamente, pare si sia deciso d'inforcare gli occhiali giusti.