fra Martino Dotta

 

La violenza, il sacro e la vera fede (scarica la versione pdf)
teologo

La religione "deve" far uso della forza per imporsi? Oppure è un modo per purificare l'aggressività annidata in ognuno di noi? Sono rapporti da verificare quelli tra violenza, religione e ruolo sociale dei credenti.

È un'equazione fin troppo semplicista identificare la violenza con la religione. C'è di che convincersi, comunque, anche solo a considerare superficialmente i fatti di cronaca che mostrano coinvolti in conflitti violenti o meno membri di diversi gruppi religiosi. Troppi sono gli esempi dell'attualità per negarlo: le stragi di civili in Algeria, operate sia da sedicenti integralisti islamici che dalle forze dell'ordine e dai militari; le ancora vive tensioni confessionali tra cattolici e protestanti nell'Ulster (dove il dialogo sembra essersi arenato nonostante i ripetuti sforzi dei governi irlandese e inglese di trovare una soluzione pacifica all'annoso contrasto); la guerra etnico-religiosa tra serbi (cristiano ortodossi), croati (cattolici-romani) e bosniaci (musulmani), o tra serbi e albanesi del Kossovo (in prevalenza musulmani); le lotte fratricide tra indù e musulmani nel Kashmir; le discriminazioni religiose nei confronti dei curdi o dei cristiani in Turchia. Eppure, anche di fronte a tali evidenze, mi pare riduttivo concludere che la religione è di per sé stessa violenta, motivo di violenza o strumento violento. Credo perciò necessarie alcune distinzioni.

In primo luogo, non si può negare l'abbinamento religione/violenza: è un dato di fatto tragico -certo- poiché così non dovrebbe essere, ma da riconoscere. In secondo luogo, prendendo in debito conto la storia della civiltà, ritengo difficile poter contestare che lo scopo ultimo della religione è la felicità del singolo e della società. In terzo luogo, è sin troppo facile strumentalizzare la religione per fini che non le sono (o non dovrebbero esserle) propri. È sulla base di queste premesse che vorrei imbastire il mio presente commento, quale contributo all'approfondimento di un ambito "a rischio", in quanto sempre più privatizzato, ridotto all'interno di spazi personalissimi. Svilupperò le mie considerazioni in quattro punti.


Religioni violente?

Usare la forza per imporre le proprie convinzioni religiose è una tentazione ricorrente, soprattutto tra le religioni monoteiste (ebraismo, cristianesimo e islam). Sarà a causa delle condizioni climatiche, sociali, politiche, culturali ed economiche; sarà a motivo della rivelazione divina; sarà per le diverse interpretazioni possibili date a questa medesima rivelazione; il monoteismo sembra rinviare alla violenza. Per rendersene conto, basta sfogliare la Bibbia, specialmente i libri "storici" che narrano l'esodo degli ebrei dalla schiavitù dell'Egitto sino all'insediamento dei loro discendenti in Palestina, con la cruenta sequela di stragi, uccisioni e guerre. Stessa operazione può essere svolta con il Corano e le sura che incitano all'annientamento degli infedeli, cioè di tutti i non musulmani (ebrei e cristiani compresi) in nome di Allah. Pur se superficiali e pertanto non completamente corrette, queste letture della Bibbia e del Corano danno fondamento alla supposizione che le religioni hanno sovente espressioni violente.
Sarebbe però errato considerare violente solo le fedi monoteiste e ritenerle le uniche responsabili di tanti atti di aggressione: molte religioni primitive , quale ad esempio l'azteca, conoscevano infatti i sacrifici umani come pratiche rituali per propiziarsi i favori divini. D'altronde, per la moderna sensibilità ecologica, anche i sacrifici di animali praticati sia da ebrei che musulmani, come pure dalle religioni animiste africane o dai culti misterici dell'antica Grecia, sono forme di violenza, oggetti di condanna e riprovazione. A ben vedere, parecchie religioni antiche o meno, hanno concezioni "violente" della divinità: conquiste di territori, pulizie etniche, conflitti armati, distruzioni delle coltivazioni e delle abitazioni sono comandate dalla divinità oppure diretta conseguenza dei conflitti che scatenano gli dèi tra di loro, con nefaste conseguenze per gli esseri umani, "costretti" a conformarsi alle lotte combattute nei cieli e a ripeterle con altrettanta veemenza sulla terra. Bibbia e Corano risultano 'inquinati' da concezioni simili, sia per quanto riguarda i contrasti tra Dio (Jahve o Allah) e gli spiriti del male (demoni, Satana e diavoli), sia a proposito di invii per missioni punitive e posti sulla bocca di Dio.

Che concludere, di fronte a queste rapide evocazioni? Perlomeno che le religioni, in genere, salve forse quelle asiatiche tendenzialmente più intimiste e meno dedite al proselitismo (come l'induismo e il buddismo), se non incitano espressamente alla violenza, non sempre sono in grado di limitare i danni provocati dai loro adepti.


Religioni strumentalizzate

Ritenere strumentalizzate le religioni, perchè sostengono o non impediscono l'impiego della forza è anche una semplificazione. In realtà, credo che bisognerebbe separare il messaggio religioso (rivolto a una collettività, spesso per mezzo di una singola persona) dall'interpretazione che ne viene fatta. Di per sé, questo messaggio dovrebbe avere valore neutrale per quel che concerne la violenza, in quanto -come detto- il suo scopo finale dovrebbe essere la felicità ed eventualmente la comunione con la divinità. Il fatto è che, un messaggio d'origine divina viene sempre pronunciato in un contesto sociopolitico, culturale, economico e religioso ben preciso.

Se ci riferiamo, a titolo esemplificativo, alla già evocata esperienza della fuga degli ebrei dall'Egitto, Dio parla a Mosè perchè afferma di aver "visto le disgrazie del (suo) popolo", di aver "ascoltato il suo lamento a causa della durezza dei sorveglianti", di aver "preso a cuore la (sua) sofferenza" e di essere "venuto a liberarlo dalla schiavitù degli egiziani" (cfr Esodo 3,7,-8). A partire dalla constatazione della situazione tragica degli ebrei, Dio decide d'intervenire a loro favore (ma a scapito degli egiziani!) e promette loro la libertà, "una terra fertile e spaziosa dove scorre latte e miele" (cfr Esodo 3,8). Dettaglio non indifferente è che la promessa divina si realizzerà solo alle spese degli oppressori egizi. Loro malgrado, non solo gli egiziani lasceranno fuggire gli ebrei, ma -secondo un'altra tradizione presente nel medesimo racconto dell'Esodo- li scacceranno dal loro paese. Inoltre, stessa sorte sarà riservata ai (sino ad allora) legittimi abitanti della Palestina: cananei, ittiti, amorrei, perizziti, evei e gebusei (cfr Esodo 3,8). Sul piano esegetico e teologico cristiano, solo a fatica, possiamo ammettere come veramente divina l'ingiunzione di fare terra bruciata attorno al popolo ebraico, profugo dall'Egitto e intenzionato a insediarsi senza troppi complimenti in un territorio già occupato da altre popolazioni. Va tuttavia riconosciuto che le tensioni, sempre gravi e di scottante attualità, tra israeliani e palestinesi hanno radici antiche, cioè sin dai tempi della costituzione del regno ebreo sotto re Davide, circa mille anni prima di Cristo. Provate a proporre a un ebreo ortodosso, abitante a Gerusalemme, la cessione dei Territori Occupati ai palestinesi, e rischiate di fare la fine di un politico realista e pragmatico come il primo ministro Rabbin! Oppure chiedete a un membro di Hamas (gruppo armato musulmano palestinese) di dare il proprio consenso al riconoscimento incondizionato dello Stato d'Israele e per tutta risposta rischiate di ricevere una fucilata tra gli occhi!

Sorte simile potrebbe essere riservata a quanti desiderano giungere a un'effettiva pacificazione tra cattolici e protestanti nell'Ulster (dove malgrado le tregue e gli impegni assunti dalle parti in conflitto, si continuano a registrare attentati, uccisioni e regolamenti di conti), tra taliban e moderati in Afganistan, tra cristiani e musulmani in Libano o in Sudan... Ciò nulla toglie, però, alla facile strumentalizzazione delle fedi religiose per fini politici, giochi di potere, questioni territoriali o altri motivi che non sono direttamente legati alla pratica religiosa. Di fatto, è purtroppo una costante della storia umana il voler tirare persino Dio dalla propria parte, anche quando Dio ha ben poco a che fare con quella pretesa parte di ragione!


Il sacro e l'omertà

Davanti a tale realtà di distorsione delle religioni, va riconosciuto un altro elemento, ed è il legame quasi inscindibile tra il sacro e il potere. Le caste sacerdotali -in tutte le religioni- hanno da sempre svolto ruoli trainanti, di guida o di comando anche in campo civile, magari con la connivenza, in sostituzione o in concorrenza con il potere politico. Pure i semplici fedeli si sono spesso ritenuti investiti di missioni particolari proprio a motivo della loro pratica religiosa. Ancora nelle società secolarizzate, postmoderne e desacralizzate come quelle dell'Occidente contemporaneo, non è raro incrontrare credenti che si considerano cittadini di prima classe rispetto ai non credenti, e pertanto 'inviati' a svolgere compiti di salvataggio dei costumi (vedi puritanesimo sociale negli Stati Uniti). È l'atteggiamento tipico dei gruppi fondamentalisti, sia cristiani che musulmani o ebrei, sovente paladini di una rigida moralità e tendenzialmente intolleranti verso il pluralismo delle opinioni.

Il sacro può diventare allora, oggi come un tempo, motivo di omertà verso gli abusi contro i diritti umani, la mancanza di rispetto delle diverse culture e modi di concepire l'esistenza, la violenza più o meno esplicita nei confronti delle minoranze. Ne è testimonianza, ad esempio, la diffusione delle sette religiose d'ispirazione protestante e pentecostale nell'America latina delle dittature militari, finanziata dalla CIA e applicata secondo il famigerato Piano Rockfeller. A volte, il sacro diventa non solo lo spazio in cui si consuma una lotta -talvolta cruenta- fra credenti ortodossi e credenti lassisti o indifferenti, ma pure il velo calato sulle ingiustizie, gli sfruttamenti, le intolleranze compiuti in nome dello stesso sacro. Ciò può essere constatato sul piano collettivo, ad esempio nei rapporti tra maggioranze e minoranze religiose, e personale delle relazioni tra individui.

Per quanto concerne il campo d'azione più diretta dell'Associazione Demetra, ci si può chiedere se il silenzio su tante situazioni di abuso verso i minori non abbia radici in qualche modo sacre o religiose. È certo un argomento che merita approfondimento, ma sarà per un'altra volta. Quel che mi interessa qui rilevare per il momento è che la religione può divenire, in molti casi, motivo per nascondere o persino giustificare la violenza, in tutte le sue espressioni. Oppure, la pratica religiosa può condurre alla silenziosa accettazione delle ingiustizie subite, non da ultimo con la promessa divina della vita eterna o di un futuro comunque migliore!


Una fede da purificare

In ultima analisi, se la religione può essere usata per dare giustificazione ad atteggiamenti che hanno ben poco a che fare con la vera fede, ciò significa che come qualsiasi ambito umano, essa può venire sottoposta a purificazione. Ha bisogno, in altre parole, di liberarsi dalle incrostazioni che storia, mentalità, culture, ambienti sociali e politici le hanno appiccicato addosso. Quello religioso è (o dovrebbe essere), infatti, un sentimento dinamico, in continua trasformazione nelle sue manifestazioni personali o collettive. Ancor più, la fede dovrebbe ispirare e dare contenuti a ogni atteggiamento morale del singolo e della collettività, che riconoscono in essa un punto d'incontro. In sostanza, attitudine di benevolenza e generosità, la fede dovrebbe contribuire alla crescita dell'individuo e della comunità, sia questa civile che religiosa.

Non è un caso se Gesù di Nazareth dà inizio alla sua attività pubblica con un appello al cambiamento del cuore e della mente (cfr Marco 1,15), cioè del profondo dell'essere umano, da cui provengono -come dice altrove- "tutti i pensieri cattivi che portano al male: i peccati sessuali, i furti, gli assassinii, i tradimenti tra marito e moglie, la voglia di avere le cose degli altri, le malizie, gli imbrogli, le oscenità, l'invidia, la maldicenza, la superbia, la stoltezza...; tutte queste cose cattive vengono fuori dall'essere umano e lo fanno diventare impuro" (Marco 7.21-3). D'altra parte, è proprio nell'intimo umano che nasce la violenza, è nel segreto del cuore umano che è annidata l'aggressività. D'altronde, come ricordava il grande vescovo nordafricano Agostino d'Ippona, è nel profondo della persona umana che s'incontra Dio. In questo senso, la religione autentica è un appello a purificare questo luogo privilegiato dell'uomo, dove il bene e il male possono avere uguale spazio, e nel quale ha sede l'incontro misterioso dell'umano e del divino.


Conclusione

Penso, in conclusione, che le religioni e i loro adepti saranno in grado di contribuire al bene del mondo e, in particolare, a combattere pacificamente qualunque espressione di violenza -dalla più subdola alla più palese e devastante-, solo se si libereranno dall'ideologizzazione, dall'uso strumentale e dai giochi di potere. Al di là delle frontiere poste dagli uomini, le fedi religiose potrebbero diventare strumenti di riconciliazione e fraternità, per credenti e non credenti, praticanti ed indifferenti. Solo così, gli uomini avrebbero il diritto di esprimersi "nel nome di Dio"!