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I meccanismi di
difesa dell'operatore nelle situazioni d'incesto (scarica
la versione pdf) In una professione che ha come strumento di base la relazione con l'altro i sentimenti sono costantemente chiamati in gioco. Sovente si tende però a dare una maggiore attenzione al sapere o al saper fare piuttosto che al saper essere. Può risultare estremamente difficile per l'operatore, come del resto per qualsiasi altra persona, prendere coscienza dei sentimenti e delle emozioni che prova, prendere la distanza necessaria da se stessi per tentare un'analisi introspettiva e una conseguente valutazione critica in grado di riqualificare, in modo mirato e consapevole, il proprio operare professionale. In una ricerca condotta nel 1990 da Annamaria Campanini e Francesco Luppi , al fine di rilevare i vissuti e le emozioni che il fenomeno del maltrattamento sui minori suscita negli assistenti sociali, gli autori hanno provveduto a suddividere le risposte date dagli intervistati in tre gruppi:
Quindi gli autori hanno chiesto, sempre alle medesime persone, d'indicare le trasformazioni subite dalle emozioni una volta superato l'impatto iniziale. Confrontando tra loro le risposte hanno notato che il bisogno di proteggere e tutelare il minore si traduce nella necessità di attivarsi, mentre i sentimenti di aggressività e rabbia nei confronti dell'autore del maltrattamento, forse perché troppo forti ed evidenti, vengono drasticamente censurati e lasciano emergere il bisogno di comprendere. Se è vero che un'azione coerente con i sentimenti di rabbia e indignazione esplicitati dagli operatori nei confronti dell'abusante non può essere attuata, in quanto si rivelerebbe troppo violenta, è anche vero però che una censura rischierebbe di bloccare interventi severi, ma necessari, quali ad esempio la segnalazione al Tribunale dei Minorenni o la denuncia. Il problema del maltrattamento sembra indurre nell'operatore una sorta di scissione tra due livelli: su uno si colloca il minore destinatario dell'intervento di tutela, a cui si accede mediante la comprensione personale; all'altro, dove si trovano l'abusante e gli adulti della famiglia, si accede attraverso la comprensione professionale. L'analisi delle risposte mostra quanta separazione vi sia tra il livello razionale e quello emotivo. L'aspetto importante evidenziato dalla ricerca è dato dal fatto che, grazie alle competenze professionali acquisite (conoscenze, esperienza, routine), si assiste negli operatori ad una trasformazione delle forti emozioni suscitate dall'impatto con la situazione di abuso. Tale modificazione non sembra però passare attraverso un'esplicita presa di coscienza e ha, quale effetto principale, una repressione o negazione delle emozioni stesse. Dal momento che tutte le emozioni, incluso quelle negate, influenzano comunque l'attività professionale e a volte anche in modo determinante, è fondamentale che l'operatore si sforzi di giungere ad una sempre più ampia consapevolezza delle proprie reazioni emotive, soprattutto perché è impegnato in un'attività che utilizza quale strumento privilegiato la relazione con l'utente. Spesso l'operatore si trova a doversi confrontare con emozioni contraddittorie, in maggior parte negative e con funzione difensiva, che possono produrre oscillazioni e indecisioni. Sentimenti di aggressività verso il maltrattante, squalifica verso uno dei genitori (generalmente la madre), ambivalenza nei confronti della vittima quando s'intravedono nei suoi comportamenti "movimenti di ricerca" verso il maltrattante, pena generalizzata per l'intero nucleo familiare, identificazione con la "confusione" vissuta dalla vittima, pongono l'operatore in una situazione di tensione e difficoltà in cui si trova comunque chiamato a prospettare ed eventualmente effettuare interventi che, condizionati da una visione parziale e ridotta del sistema e della complessità del problema, possono rivelarsi essere spesso di tipo punitivo/espulsivo o di negazione a oltranza. Tali circostanze si verificano con maggior frequenza quando ci si trova di fronte a situazioni di abuso sessuale e particolarmente a casi d'incesto. Anche negli operatori sociali il solo parlare di questo tema, il più delle volte, scatena indignazione, rabbia, ribrezzo, paura, incertezza e turbamento. La miscela esplosiva della combinazione di elementi quali sessualità, violenza, infanzia, famiglia è tale da suscitare sentimenti di paura e reazioni di difesa che spesso rendono incapaci di agire anche operatori competenti. Le razionalizzazioni possono divenire allora abbondanti e fornire delle ottime ragioni per non intraprendere il lavoro direttamente con il bambino. È importante che tali razionalizzazioni siano riconosciute per quello che sono: un tentativo di proteggere se stessi dalla paura di un contatto troppo diretto con le giovani vittime e soprattutto con i loro stati d'animo. I bambini che hanno subito violenze provano spesso una sorta d'angoscia contagiosa che rende l'operatore ansioso e inadeguato per cui egli cerca di negare i sentimenti del bambino evitando di avere "con lui" dei reali contatti e facendo invece "per lui" cose come cercare una collocazione, scrivere relazioni, fare delle chiamate telefoniche nell'interesse del bambino, ecc. Paure e timori impediscono agli operatori d'intendere l'abuso sessuale come una realtà da affrontare e di conseguenza di offrire aiuto alla vittima. Si teme che l'abuso sessuale diventi realtà nel momento in cui si comincia a parlarne e che qualcuno voglia sapere in quale misura esso ci tocchi, dal momento che ce ne interessiamo. Si teme di dar luogo a reazioni incontrollate e di venir stigmatizzati perché ci si occupa di questo argomento, di venir accusati di morbosità, di distruggere una famiglia chiamando l'abuso sessuale con il suo vero nome; c'è il timore della propria potenza e impotenza, di far più male che bene, di non essere all'altezza della situazione e dell'incertezza su come aiutare la vittima; si teme di risvegliare ricordi dolorosi inerenti la propria infanzia. Per intervenire in modo competente e nell'interesse della vittima è necessario aver considerato prima le problematiche inerenti la propria sessualità e il proprio atteggiamento nei confronti di essa, le proprie convinzioni sulla sessualità infantile, l'interpretazione che a priori si dà degli abusi sessuali commessi su minori. Inoltre è indispensabile aver preso coscienza delle proprie difese e dei propri limiti professionali, aver elaborato i propri traumi infantili, essere al corrente dei pregiudizi più diffusi nell'opinione pubblica e negli "addetti ai lavori" in merito al problema; e ancora, è necessario possedere una conoscenza approfondita dell'argomento e conoscere le risorse presenti sul territorio a favore e sostegno della vittima e della famiglia . È chiaro che non tutti i professionisti sono in grado o sono disposti ad occuparsi di casi di violenza sessuale su bambini e ognuno deve poter decidere liberamente se impegnarsi nell'assistenza di casi simili, decisione che colleghe e colleghi sono tenuti a rispettare. Una dimostrazione di competenza professionale è senz'altro il fatto di riconoscere e accettare i propri limiti e di agire di conseguenza affidando il caso a colleghe o colleghi più competenti o meno emotivamente coinvolti a livello personale. Eventuali limiti personali non dovrebbero condizionare la qualità dell'intervento dell'operatore, nel senso di modificare se non addirittura confondere e falsare i termini del problema, ma devono piuttosto condurre ad un'onesta denuncia dei propri limiti presso i colleghi ai quali spetterà il compito di offrire il necessario aiuto e sostegno. Quando però, nel caso di una delega ai colleghi, questa ha avuto luogo successivamente alla presa in carico del caso, è d'obbligo ipotizzare che sia stata indotta da un'esperienza di burn out dell'operatore. È opportuno soffermarsi un momento a riflettere sulla sindrome di burn out degli operatori che si occupano di abuso all'infanzia. Quando si parla di burn out s'intende far riferimento specificatamente a tutti quei comportamenti che segnalano un ritiro da parte degli operatori. Esso può esprimersi come vero e proprio ritiro fisico dalla presa in carico di un caso (il passaggio ad un collega, la richiesta di un'aspettativa, la decisione di non occuparsi più della situazione) oppure come un ritiro emotivo e la messa in atto di una serie di meccanismi difensivi quali la burocratizzazione e settorializzazione del proprio intervento. Questa situazione è da intendersi come il risultato di un processo più lungo che si è evoluto nel tempo. Esso è preceduto da fasi alterne caratterizzate da forti sensi di disagio e inadeguatezza che possono esprimersi sia fisicamente (disturbi psicosomatici) sia psicologicamente (ansia, nervosismo, irritabilità, senso d'impotenza e di fallimento, ecc.). Il burn out, oltre a provocare la frequente messa in atto di meccanismi di difesa, è contagioso, si diffonde alla rete istituzionale dei servizi e ai rapporti con la famiglia della vittima, portando talvolta al fallimento non solo l'operato del singolo professionista, ma anche quello degli altri servizi, fino a rendere spesso vani i parziali cambiamenti messi in atto dalla famiglia per cercare di uscire dalla propria situazione di sofferenza. Solitamente il principale fattore all'origine del burn out è il sentirsi sottoposti a richieste vissute come inconciliabili fra di loro. Due in particolar modo: la vittima è bisognosa di protezione i genitori sono bisognosi d'aiuto La necessità di protezione della vittima viene, in questo caso, istintivamente e inevitabilmente investita di un significato punitivo nei confronti dei genitori. Il movimento e lo sforzo di comprensione che l'operatore è chiamato a rivolgere verso i genitori "bisognosi d'aiuto" può venir reso difficoltoso da questo dato. Il professionista può temere che il rilevare ed esplicitare l'esistenza del comportamento maltrattante e il sottolineare la necessità di protezione e tutela della vittima, abbia come unico risultato quello di dare di sé un'immagine "cattiva", rendendo così impossibile l'instaurarsi di un rapporto di collaborazione ed un aggancio terapeutico. Dalla percezione dell'esistenza di due immagini di sé (una "buona" che aiuta e comprende i genitori e che protegge il bambino, una "cattiva" che sottolinea il mancato adempimento delle funzioni genitoriali e allontana il bambino dalla famiglia) vissute come contrastanti e in alternativa l'una all'altra, dallo sforzo messo in atto per negare tale duplicità, si sviluppa un burn out che, per questi aspetti, è specifico degli operatori che si occupano di bambini e di protezione dell'infanzia. Più o meno inconsapevolmente gli operatori innescano una serie di meccanismi con i quali cercano di annullare l'esistenza dell'uno e dell'altro aspetto del problema. Tali meccanismi (che vanno dalla minimizzazione del maltrattamento, alla negazione della propria funzione di tutela del bambino fino alla mistificazione e falsificazione degli interventi effettuati) portano al verificarsi di un aumento della confusione e ad una sempre maggiore difficoltà a ristabilire i termini concreti e reali dei problemi. In questa sorte di spirale progressiva viene assorbita la maggiore quantità di energie dell'operatore che prima o poi finisce per trovarsi esausto e senza alcun risultato positivo. Da qui alla percezione di fallimento e inutilità e al ritiro il passo è breve. Si tratta di riflettere sulla percezione dell'esistenza di un contrasto tra la funzione di protezione e tutela del bambino e quella terapeutica e di aiuto nei confronti dei genitori. È ovvio che i confusi meccanismi di difesa e di negazione messi in atto per annullare l'apparente dicotomia e la "scomodità" di una o dell'altra funzione sono messi in atto inconsapevolmente e in totale buona fede. A questo punto viene da domandarsi se esiste la possibilità di evitare il senso di frustrazione e di disagio che nasce dalla percezione di richieste contrastanti e inconciliabili e se esiste la possibilità di prevenire la situazione di collasso emotivo e di ritiro che caratterizza questo tipo di burn out. Il Centro per il bambino maltrattato e la cura della crisi familiare di Milano (CBM) ha sperimentato la positività dell'adozione di una strategia che ha denominato della "doppia trasparenza", messa in atto a partire dai primi momenti dell'intervento ma anche durante tutte le fasi del suo intero processo. Tale strategia prevede la contemporanea esplicitazione alla famiglia e all'autorità giudiziaria di tutto ciò che emerge nel corso dell'intervento. I genitori vengono costantemente informati di quali siano gli obblighi e le responsabilità degli operatori nei confronti delle altre istituzioni, sia nel momento della segnalazione e della richiesta d'aiuto sia rispetto agli incarichi attributi dall'autorità giudiziaria. Comunicare alla famiglia quanto verrà riferito al giudice permette innanzitutto d'instaurare un rapporto chiaro. In secondo luogo, si verifica una sorta di doppio controllo: l'operatore potrà avere presente le proprie funzioni di tutela del bambino in quanto se ne è reso responsabile non solo davanti al giudice, ma anche di fronte agli stessi genitori. Verrà ridotto lo spazio delle manipolazioni patologiche e controproducenti che inevitabilmente due genitori maltrattanti mettono in atto e che costituiscono uno dei tranelli più pericolosi per gli operatori. Essere consapevoli del fatto che il controllo rappresenta un aiuto per i genitori e non una loro pura e semplice colpevolizzazione, permette ai professionisti di non percepire tale funzione come contraddittoria con il progetto di aiuto e di recupero della famiglia. Parallelamente, informare il giudice di quanto si sta facendo e si dice ai genitori permette di evitare la costituzione di un'alleanza perversa e collusiva contro l'autorità giudiziaria o civile.
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