Luca Bieri

 

Di polizia e bambini maltrattati (scarica la versione pdf)
giurista

Diverse sono le circostanze nelle quali la polizia viene a contatto con minorenni maltrattati. Contrariamente ai compiti e alle competenze della Magistratura dei minorenni, in Ticino quello della polizia rimane comunque, di regola, un primo approccio per motivi d'urgenza, mentre le inchieste che possono seguire, o i contatti con enti assistenziali per l'aiuto alle giovani vittime vengono effettuate dall'autorità giudiziaria menzionata.

Così le segnalazioni di bambini maltrattati giungono di regola direttamente alla Magistratura (tramite medici, docenti, ecc.). Litigi dei vicini, ripetuti o particolarmente violenti, fanno invece intervenire la polizia, che in queste circostanze talvolta scopre situazioni sospette, che segnala alla Magistratura dei minorenni o, qualche volta, all'autorità tutoria. Tranne in casi d'urgenza, la vittima verrà però sentita dal Magistrato, mentre alla polizia (per il tramite del Ministero pubblico), incombe l'inchiesta contro il sospetto autore.

Altra casistica è quella dei sequestri. A memoria dello scrivente in Ticino vi è stato negli ultimi anni soltanto un caso di un minorenne sequestrato (e poi ucciso) per motivi sessuali, mentre siamo maggiormente confrontati con il fenomeno del sequestro di bambini da parte di un genitore, che lo porta all'estero, di regola per sottrarlo a decisioni giudiziarie in materia di affidamento. A dipendenza dei paesi, in certi casi l'intervento della polizia può essere anche più efficace che non quello tramite canali diplomatici. Tutto sommato però anche questa casistica incide poco sull'attività della polizia.

Campo che invece promette, per il futuro, di incidere in modo non indifferente è quello della pedofilia, in particolare la diffusione di materiale pornografico rappresentante atti sessuali con minori. Il caso recente della scoperta di un appartamento a Chiasso che avrebbe servito da base per lo meno logistica per questo commercio, ci ha dato soltanto un primo assaggio della globalità di questo traffico, e dei pericoli che anche il nostro Cantone può correre. L'effetto prodotto dalla notizia sul pubblico è comprensibile.

Il riassunto proposto dà una sommaria immagine del lavoro della polizia con vittime minorenni. Doveroso chiudere queste prime considerazioni con l'espressione della nostra riconoscenza nei confronti dell'associazione che ospita questo commento: DEMETRA si prefigge scopi degni dell'appoggio del cittadino e delle autorità, e in particolare anche quello della polizia, che seppur di regola soltanto indirettamente investita del problema delle vittime minorenni, ha già potuto instaurare una collaborazione per la tutela di un altro tipo di vittima minorenne.


L'autore vittima

La problematica dei maltrattamenti di minori non si esaurisce evidentemente con il discorso sulle vittime in senso stretto. Strettamente collegato vi è l'aspetto degli autori minorenni di reati, e qui vi è un riferimento più che mai attuale: la violenza commessa ai danni di coetanei o di bambini più piccoli. Non è obbiettivo di questo contributo analizzare le varie sfaccettature di questo fenomeno, ma ne voglio proporre una testimonianza a dimostrazione della diffusione del problema. Da un recente studio dell'Associazione mantello dei docenti Svizzera ("Dachverband Lehrerinnen und Lehrer Schweiz") si può dedurre che "solo" un quinto dei docenti ha constatato violenza tra gli allievi. Lo studio si dice rassicurante, personalmente sono un po' preoccupato. Con quale immagine della nostra società cresce un bambino con comportamenti violenti, nella cui coscienza è profondamente radicata la convinzione che è il predominio fisico strumento più efficace per farsi strada nella vita? Ma soprattutto: con quale coscienza civica cresce un bambino abituato al ruolo di vittima, o, quando magari non è direttamente vittima, abituato alla convivenza e alla certezza che meglio vive chi non vede, non sente e, soprattutto, non parla? In una società poco urbanizzata, e con un accresciuto controllo sociale, questa tendenza non deve preoccupare; diverrà però grattacapo serio in una società che si evolve in direzione di un accresciuto egoismo e d'una sempre minore solidarietà. È questo il motivo, semplificando, che ha indotto la polizia ticinese a farsi promotrice di una campagna di prevenzione contro la violenza tra minorenni, coordinata a livello Svizzero.


Di definizioni e di statistiche
oppure
Di inflazione e svalutazione

Più che di polizia e del suo lavoro, preferisco aggiungere brevi riflessioni su aspetti formali riguardanti la discussione sulle problematiche legate alla violenza su minori. Le argomentazioni potrebbero comunque trovare applicazione anche in altri contesti di criminologia.

Temi attuali e delicati come quelli della pedofilia e degli abusi sessuali su minori chiedono immediate verifiche della gravità del fenomeno e queste hanno bisogno di dati statistici, senza i quali nessun esperto serio è disposto, o in grado, di esprimere valutazioni su origini, motivi, conseguenze e rimedi. Indiscutibilmente alla base di ogni strategia d'intervento vi dovranno quindi essere una serie di risposte.

In materia di pedofilia e abusi su minori questa necessità si scontra in modo particolarmente evidente con una mancanza di dati completi ed affidabili, con inoltre grandi difficoltà nella ricerca e nella raccolta. Come in altri campi anche a questa mancanza si cerca di rimediare con valutazioni approssimative, stabilendo moltiplicatori di dati accertati per individuare incidenze nascoste. Si spera di riuscire in questo modo a quantificare il fenomeno in modo attendibile, per dargli un volto. Di per sé questo procedimento è auspicato e lavorare con ipotesi fa anche parte dei metodi scientifici.

La situazione si fa problematica quando queste valutazioni (del tipo "si stima che il numero dei casi effettivi è di dieci/venti/cento volte superiore a quelli registrati...") diventano autonome ed assurgono a vita indipendente dallo stretto e razionale contesto scientifico (chi stima, quando e dove e in base a quali dati e fattori?). E quando assurgono a spauracchio scandalistico per denunciare "realtà" che realtà non sono più, avendo perso il loro contesto prudenziale e strettamente scientifico. Mi si potrà dire, non a torto, che l'importante è che la gente "si svegli" e "reagisca", e che quindi un po' di strumentalizzazione non guasta certo. Ed è vero, anche i professionisti della polizia fanno qualche volta capo a questo facile moltiplicatore delle attenzioni, dimenticandosi che INFLAZIONE = SVALUTAZIONE.

Senza riferimento ad alcuna statistica in particolare, mi chiedo se qualche volta un po' meno non sarebbe di più, magari non come effetto immediato (e mediatico!), ma a lunga scadenza. Alle catastrofi ci si abitua facilmente, distogliendo prima e offuscando poi lo sguardo per le tragedie reali, che corrono così il rischio di essere banalizzate. Ma, e questo a mio avviso è peggio, percentuali particolarmente impressionanti fanno perdere il rispetto di fronte al fenomeno, quando ci accorgiamo che alle declamazioni non corrispondono esperienze personali, quando ad una presunta alta diffusione del fenomeno tra la popolazione non sembrano corrispondere le impressioni soggettive. Parlo di cose che forse non mi competono, non essendo psicologo o professionista affine per i disagi infantili? Probabilmente, ma non è questo il punto. Il fatto che un profano non riesca a togliere valore a fondate ipotesi scientifiche mediante semplici considerazioni soggettive non contribuisce ad incrementare la loro credibilità nel pubblico, soprattutto quando le cifre in gioco sono aleatorie. E finalmente in questi contesti la credibilità è tutto ciò che conta. In altri contesti (per esempio politici) simili dubbi creerebbero sospetti di tentativi di manipolazione dell'opinione pubblica. Quando si parla di criminalità il pericolo a medio e lungo termine è invece quello della banalizzazione e dell'attenzione che si rivolgerà in altre direzioni. Siamo bombardati da catastrofi: se una non ci piace più, dobbiamo solo cambiare canale.

Per intenderci: ogni abuso e violenza su minori è gravissima, ed è una di troppo. Ma soprattutto queste violenze non meritano la banalizzazione a lungo termine in cambio di attenzioni accresciute, ma effimere, nell'immediato. Prudenza, quindi, con le cifre azzardate...

Altro potenziale banalizzatore del problema del maltrattamento dei bambini può essere la definizione stessa di maltrattamento (cfr. p. es. quella contenuta al punto 2 di "Infanzia maltrattata in Svizzera", rapporto finale del Gruppo di lavoro Maltrattamento dei bambini nell'attenzione del capo del Dipartimento federale dell'interno, del giugno 1992). Il lungo elenco ivi contenuto brillerà per l'alta risoluzione delle problematiche collegate alle difficoltà che il bambino può incontrare sul suo cammino, ma forse bisognerebbe anche chiedersi se siamo ancora in grado di affrontare il problema della violenza sui minori con la necessaria coscienza per la loro gravità, quando da attenta lettura si è certi di riconoscere tra i maltrattati non solo se stessi, ma anche tutti gli altri bambini (o ex) che hanno dovuto, devono e dovranno affrontare il cammino della loro vita. E alla stessa stregua non credo serva alla causa catalogare indiscriminatamente come violenta qualsiasi misura educativa che comporta delle pressioni psichiche o fisiche su un minore. Di ciò ne sono una prova anche le recentissime discussioni nate intorno ad un sistema educativo profuso da una coppia americana, che si basa essenzialmente su un ritorno a forme educative più "arcaiche" (la facoltà di convincere anche con la sberla, per intenderci), e che può annoverare successi non trascurabili nell'opinione pubblica. E ciò in barba ai numerosi tentativi di bandire e dichiarare illegale qualsiasi misura educativa comprendente violenza fisica, anche quella nelle sue forme più miti.

Tanto per intenderci: in discussione non pongo l'impostazione delle misure educative, per le quali avrò personali convinzioni come ogni lettore (e che, lo dico a scanso di equivoci, sono imperniate molto sulla non violenza, la serenità ed il rispetto dell'essere, esperienza insegna). Intendo però sottolineare anche in questo contesto le difficoltà che possono sorgere quando termini vengono inflazionati nel loro contenuto, fino a non più permettere di affrontare con animo sereno discussioni e ricerche di soluzioni in ambiti di gravità anche estrema. Perché educatori (genitori, ma anche insegnanti) che con facilità talvolta esagerata possono trovarsi etichettati come violenti (già, perché chi esercita violenza secondo cataloghi esageratamente estensivi fa presto a ritrovarsi nel calderone) tenderanno ad assumere atteggiamenti difensivi e di chiusura.

Il messaggio che voglio promuovere è quindi di estrema semplicità, siccome non intendo dare risposte a problemi materiali gravitanti intorno al mondo della violenza sui minori. Incapace di proporre soluzioni nuove nel contesto di discussioni tra esperti con formazioni ben più qualificate di quella dello scrivente, mi limito a definire punti di domanda sulla forma nella quale queste si svolgono nel pubblico.

"Lo scopo giustifica i mezzi" può essere argomento valido, ma in ogni caso solo fin quando i mezzi a lungo andare non compromettono uno scopo più che meritevole.